Papa Francesco pellegrino sulla tomba di don Tonino

don Tonino Bello
Iniziative per i 25 anni dalla morte di don Tonino Bello
10 gennaio 2018
Indice notizie

Papa Francesco pellegrino sulla tomba di don Tonino

Papa Francesco e don Tonino Bello
Papa Francesco è arrivato alle 8.47 del 20 aprile 2018 ad Alessano, città natale di don Tonino Bello, vescovo di Molfetta, morto esattamente 25 anni fa, il 20 aprile 1993. Il 21° viaggio italiano del Santo Padre si è svolto nei luoghi più significativi del presule pugliese, di cui è in corso la causa di beatificazione.

Il Papa ha raggiunto la tomba direttamente dall'elicottero e si è fermato per lunghi minuti di preghiera silenziosa in piedi davanti alla lastra che ricopre la tomba. In un silenzio assoluto: si sente solo il vento che agita gli alberi e la veste bianca del Pontefice, il quale deve tenere in mano lo zucchetto per evitare che scappi via. Francesco depone sull'aiuola un mazzo di fiori bianchi e gialli, per poi incontrare i familiari di don Tonino.

Il Papa su un caddy bianco ha raggiunto la spianata dove è stato allestito il palco per un saluto ai fedeli, che in circa 20mila lo attendono fin dalle prime ore dell'alba. Inizia il suo discorso parlando della tomba di don Tonino: «una tomba che non si innalza verso l'alto, ma è tutta piantata nella terra: don Tonino seminato nella sua terra». Quindi da questa terra il Papa lancia un nuovo appello per la pace nel Mediterraneo, così cara al servo di Dio, che la chiamava “terra-finestra” - sottolinea Francesco nel discorso di Alessano - «perché dal Sud dell’Italia si spalanca ai tanti Sud del mondo, dove i più poveri sono sempre più numerosi mentre i ricchi diventano sempre più ricchi e sempre di meno. Siete una "finestra aperta, da cui osservare tutte le povertà che incombono sulla storia", ma siete soprattutto una finestra di speranza perché il Mediterraneo – fa notare il Pontefice -, storico bacino di civiltà, non sia mai un arco di guerra teso, ma un’arca di pace accogliente».

Don Tonino uomo di pace, dunque. E così papa Bergoglio, con rapide pennellate ne ricorda il suo impegno incessante contro tutte le guerre. A partire da quelle più vicine. «Agiva localmente per seminare pace globalmente - dice - nella convinzione che il miglior modo per prevenire la violenza e ogni genere di guerre è prendersi cura dei bisognosi e promuovere la giustizia. Infatti, se la guerra genera povertà, anche la povertà genera guerra. La pace, perciò, si costruisce a cominciare dalle case, dalle strade, dalle botteghe, là dove artigianalmente si plasma la comunione. Diceva, speranzoso, don Tonino: "Dall’officina, come un giorno dalla bottega di Nazareth, uscirà il verbo di pace che instraderà l’umanità, assetata di giustizia, per nuovi destini"».

Don Tonino vicino ai bisognosi. «Capire i poveri era per lui vera ricchezza – ricorda il Pontefice -. Aveva ragione, perché i poveri sono realmente ricchezza della Chiesa. Ricordacelo ancora, don Tonino, di fronte alla tentazione ricorrente di accodarci dietro ai potenti di turno, di ricercare privilegi, di adagiarci in una vita comoda». Quindi aggiunge: «Una Chiesa che ha a cuore i poveri rimane sempre sintonizzata sul canale di Dio, non perde mai la frequenza del Vangelo e sente di dover tornare all’essenziale per professare con coerenza che il Signore è l’unico vero bene. Don Tonino ci richiama a non teorizzare la vicinanza ai poveri, ma a stare loro vicino, come ha fatto Gesù, che per noi, da ricco che era, si è fatto povero». Don Tonino, sottolinea ancora Francesco, «sentiva il bisogno di imitarlo, coinvolgendosi in prima persona, fino spossessarsi di sé. Non lo disturbavano le richieste, lo feriva l’indifferenza. Non temeva la mancanza di denaro, ma si preoccupava per l’incertezza del lavoro, problema oggi ancora tanto attuale. Non perdeva occasione per affermare che al primo posto sta il lavoratore con la sua dignità, non il profitto con la sua avidità».

Papa Bergoglio continua ad aggiungere pennellate su pennellate al ritratto di monsignor Bello. Era un contempl-attivo, dice con un gioco di parole tipico del vescovo. «Caro don Tonino - dice il Pontefice - ci hai messo in guardia dall’immergerci nel vortice delle faccende senza piantarci davanti al tabernacolo, per non illuderci di lavorare invano per il Regno. E noi ci potremmo chiedere se partiamo dal tabernacolo o da noi stessi. Potresti domandarci anche se, una volta partiti, camminiamo; se, come Maria, Donna del cammino, ci alziamo per raggiungere e servire l’uomo, ogni uomo. Se ce lo chiedessi, dovremmo provare vergogna per i nostri immobilismi e per le nostre continue giustificazioni. Ridestaci allora alla nostra alta vocazione; aiutaci ad essere sempre più una Chiesa contemplattiva, innamorata di Dio e appassionata dell’uomo».

Infine il don Tonino umile. «In questa terra Antonio nacque Tonino e divenne don Tonino. Questo nome, semplice e familiare, che leggiamo sulla sua tomba, ci parla ancora. Racconta il suo desiderio di farsi piccolo per essere vicino, di accorciare le distanze, di offrire una mano tesa. Invita all’apertura semplice e genuina del Vangelo. Il nome di “don Tonino” - aggiunge il Pontefice - ci dice anche la sua salutare allergia verso i titoli e gli onori, il suo desiderio di privarsi di qualcosa per Gesù che si è spogliato di tutto, il suo coraggio di liberarsi di quel che può ricordare i segni del potere per dare spazio al potere dei segni. Don Tonino non lo faceva certo per convenienza o per ricerca di consensi, ma mosso dall’esempio del Signore. Nell’amore per Lui troviamo la forza di dismettere le vesti che intralciano il passo per rivestirci di servizio, per essere "Chiesa del grembiule, unico paramento sacerdotale registrato dal Vangelo"». Una Chiesa, rimarca il Pontefice, «non mondana ma per il mondo». Una Chiesa «monda di autoreferenzialità» ed «estroversa, protesa, non avviluppata dentro di sé; non in attesa di ricevere, ma di prestare pronto soccorso; mai assopita nelle nostalgie del passato, ma accesa d’amore per l’oggi, sull’esempio di Dio, che ha tanto amato il mondo».

La conclusione del Papa è un invito a imitare monsignor Bello, affinché «la sua profezia sia attuata». «Non accontentiamoci di annotare bei ricordi, non lasciamoci imbrigliare da nostalgie passate e neanche da chiacchiere oziose del presente o da paure per il futuro. Imitiamo don Tonino, lasciamoci trasportare dal suo giovane ardore cristiano, sentiamo il suo invito pressante a vivere il Vangelo senza sconti. È un invito forte rivolto a ciascuno di noi e a noi come Chiesa. Ci aiuterà a spandere oggi la fragrante gioia del Vangelo».

Al termine, il Papa ha invitato i presenti a recitare un'Ave Maria davanti all'immagine della Vergine de Finibus Terrae che si venera a Santa Maria di Leuca, dove Benedetto XVI si recò in pellegrinaggio dieci anni fa.

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